martedì 8 giugno 2021

Perché i governi sequestrano i brevetti sulla Free Energy?

 Vi siete mai chiesti di come sarebbe il mondo se le fonti di energia pulite fossero ampiamente disponibili e accessibili a tutto il popolo della terra? 

Se ne siete convinti, non siete i soli, la ricerca di una migliore esistenza sull'energia pulita è stata al centro di molti ingegnosi inventori, scienziati, sperimentatori e anche generazioni di scienziati che lavorano e hanno lavorato in aziende e ambiti governativi.


Sappiamo che questa energia 'pulita' è possibile, ma però, per qualche ragione, la società proprio non riesce ad andare in autostrada oltre la media di 23,6 miglia per gallone. Il divario della scienza tra ciò che è chiaramente capace e ciò che è disponibile per il mercato di massa dei consumatori è straordinario, quello che facciamo è come se non ci fosse un domani, siamo spasmodicamente alla ricerca di combustibili fossili, la costruzione di impianti nucleari, tutto nella serafica noncuranza.

La verità è là per coloro che hanno occhi per vedere. Le tremende forze di mercato e dei capitali coinvolti nei governi e nei settori dell'energia e automobilistico rendono praticamente impossibile qualsiasi promettente dispositivo di energia e/o brevetto tecnologico per farlo emergere come valida alternativa e accessibile nel vero mercato. 

Le alternative esistono, ma perché non le rendono più ampiamente disponibili?

Oltre ai più famosi casi come Wilhelm Reich, e di altri geni scientifici come Nikola Tesla, Raymond Rife, o Linus Pauling, molti inventori meno noti hanno brevettato o tentato di brevettare dispositivi di energia funzionali che non sono mai stati resi disponibili al pubblico.

Come funzionano esattamente gli avanzati tipi e dispositivi di tecnologia energetica che sono effettivamente stati soppressi? Si potrebbe sostenere che la soppressione di tecnologie energetiche siano un male necessario da parte del governo, come Gary Vesperson ci illustra qui:


"Una ragione comprensibile per la soppressione
di alcuni tipi di invenzioni di energia è che la conoscenza
dietro di loro è anche in grado di produrre armi elettromagnetiche avanzate enormemente distruttive come il "raggio della morte" apparentemente inventato da Nikola Tesla".


giovedì 27 maggio 2021

Royal Raymond Rife

 Un genio di cui nessuno parla

Quando la storia non menziona persone che, per il bene della comunità, hanno fatto passi da gigante in determinati settori, ovvero dei geni a tutti gli effetti, significa sempre che dietro c’é qualcuno che ha avuto paura per la propria ascesa al potere.

Per un esempio eclatante potete consultare “Dati e storia dell’industria farmaceutica” a pagina 250 del mio ultimo libro, per capire come l’industria farmaceutica ha letteralmente condizionato il percorso della medicina moderna.

Royal Raymond Rife è stato a tutti gli effetti un GENIO per la collettività.

Egli dimostrò che ogni disturbo salutistico ha una determinata frequenza (per l’ormai assodato concetto che cellule malate vibrano differentemente da cellule sane, come cellule morte vibrano differentemente da cellule sane) che per contro risponde, ovvero va in risonanza, ad una specifica frequenza ottimale per la sua guarigione.

Egli nel 1926 affermò che gli organi, i tessuti, le cellule del corpo sono dei “radioricevitori” che risuonano alle onde elettromagnetiche delle loro frequenza di risonanza.

Secondo Rife le cellule malate vibrano ad una frequenza diversa rispetto a quelle sane, pertanto per guarirle occorre sottoporle alla giusta frequenza, obbligandole a vibrare alla frequenza di quelle sane per un determinato periodo, fino a quando non lo fanno spontaneamente.

A fine anni ’20 sviluppò un generatore di frequenze con il quale trattò CON SUCCESSO oltre 1.000 pazienti ai quali era stato diagnosticato un cancro incurabile.

Gli vennero conferiti 14 premi ed un dottorato ad honorem.

Poi accadde, come avvenuto più volte negli ultimi 120 anni, che alcune case farmaceutiche cercarono di comprare la sua ricerca e la sua attrezzatura, ma egli non volle vendere nulla di quanto gli era costato anni di studi.

Fu così che il suo ufficio venne messo a soqquadro, la sua ricerca e tutta la sua documentazione vennero rubate e la macchina di sua invenzione venne distrutta.

Nel 1934 prima che venisse così duramente attaccato, la University of Southern Calfornia nominò un comitato speciale di ricerca medica appunto chiamato “special medical research committee” con lo scopo di portare pazienti malati di cancro terminale dal Pasadena County Hospital al luogo dove Rife svolgeva la sua attività, a San Diego, al fine di sottoporli alla sua innovativa terapia.
Nel team erano presenti medici e patologi che avrebbero dovuto esaminare i pazienti per 90 giorni, qualora fossero stati ancora in vita.

Dopo 90 giorni di trattamento, il Comitato concluse che l’86,5% dei pazienti era stato completamente guarito, mentre l restante 13,5% rispose positivamente nelle successive 4 settimane. Alla fine raggiunse un tasso di guarigione del 100%.

“In tutte le culture ed in ogni tradizione medica prima della nostra, la guarigione era accompagnata dal muovere energia”.
(Albert Szent – Gyorgyi, Nobel per la medicina nel 1937).

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per maggiori approfondimenti

lunedì 17 maggio 2021

LINUS PAULING Scienziato eclettico

La storia della scienza è una formidabile raccolta di uomini ed eventi degni del più avvincente dei romanzi. Uno dei più straordinari di questi “romanzi” è rappresentato dalla vita, dalle scoperte e dalle colossali topiche di Linus Pauling (1901-1994), uno degli scienziati più geniali del Ventesimo Secolo, vincitore di due Premi Nobel.


All’età di 25 anniPauling che era nato a Portland negli Stati Uniti, vince una borsa di studio di 18 mesi in Germania allora centro di eccellenza scientifica mondiale. Durante questo soggiorno Pauling apprenderà i segreti della nascente meccanica quantistica che farà fruttare al suo rientro in patria.

Pauling comprese come i fenomeni quantistici influissero sui legami chimici, determinandone la forza, la conformazione geometrica, la durata e molto altro. Pauling, come affermò un collega ammirato, dimostrò che la chimica “poteva essere compresa e non soltanto imparata a memoria”.

Dopo questi primi straordinari successi il giovane e talentuoso ricercatore americano iniziò a sentire il campo di ricerca nella chimica come troppo limitante per una personalità poliedrica come la sua.

Dopo aver scoperto perché i fiocchi di neve avevano una struttura esagonale scoprì che l’anemia falciforme era letale a causa di una deformazione della molecola di emoglobina che non riesce più a trasportare l’ossigeno. 

Era la prima volta che si scopriva una causa molecolare per una malattia e la storia della medicina non sarebbe stata più la stessa.

Nel 1948, bloccato a letto dall’influenza, Pauling scoprì che le proteine possono formare teoricamente lunghi tubi detti alfa eliche da cui derivò la teoria che la funzione di una proteina dipende in gran parte dalla sua forma.        Di li a poco, nel 1952Pauling iniziò ad interessarsi al DNA.

L’acido desossiribonucleico era stato isolato già nel 1869 dal biochimico svizzero Friedrich Miescher, che individuò una sostanza microscopica contenuta nel pus di bende chirurgiche utilizzate. Dal momento che tale molecola aveva la sua localizzazione nel nucleo, egli lo chiamò nucleina.

Controlli più precisi alle conclusioni di Miescher rivelarono la presenza di grandi quantitativi di fosforo, elemento incompatibile con le conoscenze biochimiche del tempo. Soltanto nel 1952 grazie ad un esperimento condotto sui virus questi pregiudizi caddero.

Prima di quella data nessuno però sapeva dove fosse immagazzinata l’informazione genetica se nel DNA o nelle proteine. Il rebus fu risolto da due ricercatori che utilizzando dei marcatori radioattivi dimostrarono incontrovertibilmente che l’informazione genetica era depositata nel DNA.

Ma come era fatta questa molecola? Allora si sapeva che questa molecola si presentava come un lungo filamento composto da zuccheri e fosfati su cui si innestavano gli acidi nucleici.

Come aveva dimostrato Pauling, con le alfa eliche la forma di una molecola era intimamente connessa con la sua funzione, per questo la caccia alla forma del DNA divenne il Santo Graal della biologia molecolare. Pauling decise che nessuno meglio di lui avrebbe potuto disvelare il mistero. Dopo una serie di calcoli e simulazioni il chimico americano dedusse che la forma della molecola del DNA dovesse essere una tripla elica

Purtroppo i suoi dati si basavano su un frammento di DNA secco, morto, raggomitolato su sé stesso ed erano profondamente errati. Questo, però, Pauling non lo sospettava e le sue conclusioni sembravano del tutto plausibili.

Successivamente chiese ad un suo dottorando di controllare i calcoli che erano alla base delle sue conclusioni. Il giovane rimase costernato quando dopo numerosi controlli si accorse che i calcoli di Pauling non tornavano. Lo studente spiegò al suo mentore perché i risultati erano errati ma Pauling ignorò completamente le sue argomentazioni e divorato dall’ansia di arrivare primo nella scoperta della struttura del DNA pubblicò un articolo nel 1953 con le sue conclusioni: tripla elica.

Dall’altra parte dell’Atlantico due goffi studenti James Watson e Francis Crick ebbero modo, grazie al figlio di Pauling, di visionare l’articolo in anteprima e grande fu la loro sorpresa quando si resero conto che le conclusioni teoriche di Pauling ricalcavano un loro progetto di ricerca che l’anno precedente era stato demolito e confutato da una delle maggiori esperte di cristallografia dell’epoca Rosalind Franklin.

E grazie alle dritte che proprio la Franklin inavvertitamente aveva trasmesso ai due durante la dimostrazione degli errori commessi nella loro ricerca che il duo Watson e Crick, nel 1953, presentarono su Nature quello che è oggi accertato come il primo modello accurato della struttura del DNA, ovvero il modello a doppia elica.

A disegnarne il bozzetto fu Odile Speed, pittrice e moglie di Crick. I due non avevano fatto che mettere insieme le ricerche della Franklin, a cui molti ritengono risalga la vera paternità della scoperta, e di Pauling. Quest’opera di assemblaggio e di interpretazione valse loro insieme a Maurice Wilkins, nel 1962, il Premio Nobel.

Pauling, nonostante la sua divorante ambizione prese la sconfitta con signorilità, riconobbe l’esattezza dei calcoli di Weston e Crick, e li invitò ad un importante convegno scientifico che stava organizzando per l’autunno del 1953.

Persa la corsa al DNA Pauling si consolerà nel 1954 con un meritatissimo Premio Nobel per la chimica. Successivamente l’eclettico Pauling curò un suo brutto raffreddore con dosi massicce di vitamina C. La sua rapida guarigione lo indusse a ritenere che la vitamina C avesse un reale potere terapeutico e si deve a lui, l’autentica mania che pervase gli americani per questo elemento che iniziarono ad assumere in dosi massicce. Anche questa rientra tra le topiche del geniale Pauling.

Attivista politico, grande sostenitore della pace e del disarmo, Pauling ricevette nel 1962 un secondo Nobel, quello per la Pace. Unica persona ad aver vinto due Nobel non in condivisione con altri.

Morì a Big Sur, il 19 agosto 1994, all’età di 93 anni per un cancro alla prostata.


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sabato 8 maggio 2021

IL SOLE PROVOCA IL CANCRO?

 TI DICONO CHE ESPORSI AL SOLE PROVOCA IL CANCRO, MA E' ESATTAMENTE IL CONTRARIO!!!

Carole Baggerly, direttrice e la fondatrice del Grassroots Health, è tra i più importanti ricercatori al mondo sulla vitamina D. 
La sua passione per la vitamina D è nata da un’esperienza personale dato che è sopravvissuta al cancro al seno grazie alla vitamina D.


 La vitamina D ha dimostrato la sua efficacia su molte malattie, tra cui malattie cardiache e il diabete, e può anche ridurre il dolore cronico [1] . E quando si tratta di cancro, la vitamina D è il suo peggior nemico! Le teorie che collegano la carenza di vitamina D al cancro sono stati testate e confermate in più di 200 studi epidemiologici, e la comprensione della sua base fisiologica nasce da più di 2.500 studi di laboratorio.

La vitamina D riduce del 77% il rischio di ogni tipo di cancro.

 Uno studio particolarmente degno di nota è stato completato da Joan Lappe e Robert Heaney, nel 2007 [2]. Un gruppo di donne in menopausa ha assunto un integratore di vitamina D per raggiungere i livelli ematici di 40 ng/ml. I risultati hanno mostrato che queste donne hanno avuto una riduzione del 77% in termini di incidenza di tutti i tipi di tumori dopo soli quattro anni [3]. 40 ng/ml di vitamina D è un livello relativamente medio, il livello ottimale di vitamina D è da 50 a 100 ng/ml. Ottenere tali risultati con soli 40 ng/ml sottolinea quanto sia potente e importante la vitamina D per il funzionamento ottimale del vostro corpo.

Possiamo prevenire del 90% il cancro al seno solo con la vitamina D?

 La vitamina D ha effetti potenti quando si tratta di cancro al seno, proprio per questo motivo è stato descritto come una “sindrome da carenza da vitamina D”. Naturalmente, altri fattori nello stile di vita sono altrettanto importanti nella prevenzione del cancro:

 Alimentazione (zuccheri e farine raffinate aumentano il rischio di cancro al seno)

Uso di cosmetici con ingredienti sintetici (in particolare i parabeni presenti nei deodoranti e creme)

 Indossare un reggiseno stretto e/o per molto tempo

 Dormire con la luce accesa

 Dalle analisi di Carole Baggerly emerge che il 90% del cancro al seno ordinario è legato alla carenza di vitamina D, la quale è al 100% prevenibile!

 La vitamina D può disintegrare le cellule tumorali del seno.

 

martedì 27 aprile 2021

IL BICARBONATO DI SODIO CURA IL CANCRO?

 Il cancro si curerebbe con il bicarbonato di sodio, un problema per le case farmaceutiche

Una buona notizia per tutti noi e una cattiva notizia per le case farmaceutiche.

Il Dr. Mark Pagel della University of Arizona Cancer Center, riceverà 2 milioni di dollari dal National Institutes of Health per studiare l’efficacia della terapia personalizzata con bicarbonato di sodio per il trattamento del cancro al seno.

Ecco il comunicato sul quale è scritto :"Il fondo da 2 milioni di dollari servirà a migliorare la misurazione sull’efficacia del bere bicarbonato di sodio nel curare il cancro al seno. E’ stato provato che bere bicarbonato di sodio riduce o elimina il diffondersi del cancro nel seno, nei polmoni, cervello ed ossa".

In realtà, il bicarbonato di sodio è già utilizzato per la cura di malattie come l’influenza e il raffreddore; se assunto per via orale e transdermica, ecco che il bicarbonato potrebbe diventare una prima cura per il trattamento del cancro, malattie renali, diabete.

La notizia non è priva di fondamento scientifico, anzi, è provata in questo documento della NCBI (National Center of Biotechnology Information).

In sostanza, il bicarbonato agirebbe sul grado di acidità del nostro sangue.     Il pH del nostro sangue e dei nostri fluidi corporei, non rappresenta altro che il nostro stato di salute e il bicarbonato agirebbe come vero e proprio regolatore del pH influendo direttamente sul livello acido-alcalino alla base della salute umana.

La scala del pH è come un termometro del nostro stato di salute, a tal punto che valori al di sopra o al di sotto di 7,35-7,45 possono segnalare sintomi di malattie o patologie gravi. Difatti, quando il corpo non riesce più a neutralizzare gli acidi, essi vengono trasferiti nei fluidi extracellulari e nel tessuto connettivo recando danni all’integrità cellulare.

Facciamo un esempio: l’aumento di acidità di un lago colpito dalle piogge acide si tradurrà in una maggiore solubilità di elementi come l’alluminio e in una proliferazione di alghe. Questi due elementi concorrono ad elevare il tasso di mortalità di quel lago.

Per riportare il lago in vita occorre alcalinizzare l’acqua ripristinando il pH. Poiché il cancro si sviluppa e vive in un ambiente acido, riuscire a ripristinare il pH naturale può aiutare la distruzione delle cellule cancerose o almeno ritardarne la diffusione. E’ per questo che già alcuni anni fa furono iniziati alcuni studi sull’utilizzo degli antiacidi associati ai farmaci chemioterapici.

Una ricerca pubblicata nel Marzo 2009 dalla US National Library of Medicine dimostrò che su alcuni topi da laboratorio il bicarbonato era in grado di rallentare la diffusione delle metastasi.

Il Dr. Pagel i suoi colleghi utilizzeranno una speciale risonanza magnetica per misurare il pH di un particolare tumore e verificare l’efficacia del bicarbonato sulla massa in oggetto. Infatti con questa nuova macchina, il team dell’Università dell’Arizona potrà studiare i pazienti prima e dopo la somministrazione del bicarbonato per tentare di sviluppare un approccio personalizzato per ogni paziente.

Ovviamente un grado di pH del nostro corpo intorno ai valori 7,35-7,45 garantisce un giusto equilibrio fisico rendendoci più resistenti alle malattie. Questo significa che possiamo praticare la cosiddetta "cura del pH" avendo uno stile di vita sano ed alimentandoci nel modo giusto.

Sicuramente, invece, per avere risultati nell’ambito delle cure per il cancro dovremo aspettare che le sperimentazioni siano portate a termine, cosa che procede a rilento a causa della mancanza di fondi soprattutto da parte delle case farmaceutiche.

In quest’ultimo caso infatti la domanda è d’obbligo: quali sarebbero le ripercussioni per le case farmaceutiche? Sicuramente ne risentirebbero negativamente in quanto diminuirebbero domanda e consumi per medicinali chemioterapici, per la cura del cancro in genere, per la cura delle malattie come diabete e malattie più comuni come influenza e raffreddore.

Un bel problema per le case farmaceutiche, un problema risolto per la nostra salute e per il nostro benessere.

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giovedì 15 aprile 2021

CANCRO. UN MALATO FRUTTA QUATTRINI! UNO GUARITO NULLA!

   Riguardo la Multiterapia Di Bella (MDB), non bisogna essere dei geni e neppure  tanto intelligenti per capire che:

                                                                                                                                                   Il protocollo Di Bella fu boicottato. 

         Furono usati DI PROPOSITO farmaci scaduti

          La cura (in fase di sperimentazione) fu applicata a malati terminali che manco Gesù Cristo poteva più salvare.

        Un aggravante, i malati all’ultimo stadio (quasi moribondi ormai) avevano in corpo ancora i veleni della chemioterapia in quanto erano stati in precedenza “curati” con i veleni propinati dai tre BARONI della medicina italiana (Tirelli-Veronesi-Garattini).

 

          Insomma, un successo della cura del professore Di Bella, la multiterapia (MDB), avrebbe significato:

 Guarigione dei soggetti, almeno 80%

 Svuotamento (a causa delle guarigioni) di cliniche ed ospedali dapprima italiani e successivamente di tutto il mondo e questo avrebbe significato crolli economici per aziende ospedaliere di tutto il pianeta.

Meno consumo di farmaci con conseguente perdite economiche miliardarie delle case farmaceutiche (a causa delle guarigioni) fino a consumi azzerati perché i farmaci li consumano i “malati” e non i sani o i guariti.

Perdite economiche per le farmacie (a causa delle guarigioni) che potevano contare solo sulle iniziali cure e poi basta!

Non potevano e non possono permettersi di mettere in pericolo il vorticoso giro di miliardi in euro e dollari messo su dal business tumore! Io vi invito a non dare nulla a queste associazioni tipo AIRC in quanto nel 1993 fu scoperto che il 10% delle donazioni alla ricerca e il 90% lo investivano in case e palazzi (mercato immobiliare, perdendoci oltretutto come dei pivelli un sacco di quattrini, come fu poi accertato).

Il professor Di Bella lo hanno boicottato perché aveva scoperto la vera cura.            

 Anni fa il professore Luigi Di Bella diceva che la somatostatina era un’arma micidiale contro i tumori. Veronesi, Garattini e Tirelli (quest’ultimo indagato per il “CASO GLAXO”) lo sbeffeggiarono dicendo che era un ciarlatano.

Successivamente Umberto Veronesi disse che la SOMATOSTATINA gioca un ruolo fondamentale sulla cura del cancro! Ma non vi accorgete che ci stanno prendendo in giro da secoli?

E intanto bambini e ammalati crepano tra atroci tormenti perché “                            IL SISTEMA MEDICO LI HA GIA’ CONDANNATI A MORTE, CAUSA I MILIARDI DI MILIARDI CHE INTASCANO A LIVELLO MONDIALE!

             Chi ha orecchi per sentire, ASCOLTI!                                                                                 Chi ha occhi per vedere, GUARDI!                                                                        Chi ha intelligenza per capire, INTENDA


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lunedì 9 settembre 2019

L’AUTOFAGIA

L'autofagia è un processo fondamentale per la sopravvivenza cellulare, anche in condizioni sfavorevoli come mancanza di nutrienti o di ossigeno, frequenti nei tumori in crescita. Un nuovo studio mostra come potremmo agire su questo processo nella lotta ai tumori.

L’autofagia (“mangiare se stesso”, termine derivante dal greco e coniato da Christian de Duve nel 1963), premiata con il Nobel per la Medicina nel 2016, al biologo giapponese Yoshinori Oshumi, che è riuscito a osservare i dettagli di questo processo nel lievito usato per fare il pane, è un processo biologico fondamentale di sopravvivenza cellulare, grazie al quale la cellula sacrifica alcune sue parti degradandole per riciclarne i componenti e fronteggiare particolari situazioni fisiologiche o di stress ambientale, come ad esempio carenza di nutrienti.

Dal punto di vista evolutivo è un processo altamente conservato, presente cioè dai lieviti fino alle piante e agli animali e consente l'eliminazione di proteine a lunga emivita e organelli intracellulari, attraverso la formazione di vescicole che sequestrano il materiale citoplasmatico da degradare e riciclare poi 
all'interno dei lisosomi.


 L'autofagia è utilizzata di continuo dalle cellule, ne sono esempi classici il rimodellamento cellulare che si verifica durante lo sviluppo embrionale o il controllo delle infezioni virali e batteriche da parte dell'immunità innata.

Inoltre l'autofagia agisce anche come meccanismo anti-invecchiamento cellulare, in quanto consente l'eliminazione di membrane, proteine e organelli danneggiati dai radicali liberi dell'ossigeno che si accumulano con l'avanzare dell'età.


Allo stesso tempo però l'alterazione del suo normale funzionamento può accompagnare o addirittura essere responsabile dello sviluppo di numerose patologie, quali le malattie neuro-degenerative, le cardiomiopatie e il cancro.

Il ruolo dell'autofagia nel cancro è complesso, da un lato, l'autofagia infatti nelle prime fasi della trasformazione neoplastica può agire come soppressore tumorale prevenendo l'accumulo di proteine e organelli danneggiati e specie reattive dell'ossigeno che favoriscono le mutazioni al DNA.


Dall'altro lato l'abilità dell'autofagia di sostenere la sopravvivenza cellulare in condizioni estremamente frequenti in un tumore in crescita, potrebbe favorire la sopravvivenza delle cellule tumorali.

I tumori quindi sfruttano l'autofagia a proprio vantaggio, per promuovere la propria sopravvivenza attraverso la autoproduzione di substrati metabolici necessari per il sostentamento e la diffusione del tumore stesso.

Come afferma Piergiuseppe Pelicci, direttore Ricerca dell'Istituto Europeo di Oncologia di Milano, "L'autofagia è il possibile nuovo 'tallone d'Achille' contro il cancro". "C'è un momento - osserva Pelicci - in cui il tumore è fragile perché si trova in una situazione in cui scarseggiano i nutrienti e in cui è a rischio la sopravvivenza della cellula tumorale.

Succede quando fa metastasi. Questo è il momento di massima fragilità. E in quel momento l'autofagia è importante per la cellula tumorale. Impedirla diventerà la modalità con cui fermare questo processo".


La scoperta del ruolo dell'autofagia nei tumori ha già portato finora allo sviluppo di nuovi farmaci antitumorali molto promettenti. Recentemente è stato scoperto un nuovo meccanismo biologico che potrà essere di grande utilità nella terapia farmacologica del melanoma, tumore maligno della pelle la cui incidenza negli ultimi anni è in continua crescita, che coinvolge appunto il processo di autofagia.

Lo studio, condotto presso le Università di Salerno e di Napoli, coordinato da Simona Pisanti è stato pubblicato su Cell Death and Differentation, rivista del gruppo Nature.



Nello studio abbiamo individuato un nuovo meccanismo biologico attraverso il quale è possibile agire sul processo autofagico messo in atto dalle cellule tumorali come meccanismo di sopravvivenza e resistenza farmacologica ai chemioterapici.

Il melanoma è caratterizzato da elevati livelli di autofagia basale che rendono il tumore più aggressivo, più resistente alla chemioterapia e associato ad una prognosi peggiore e ad una maggiore mortalità.

Lo studio in oggetto ha permesso di individuare un nuovo meccanismo biologico che, se specificamente attivato all'interno della cellula tumorale, è in grado di agire sul processo autofagico protettivo bloccandolo e inducendo di conseguenza la morte cellulare e quindi la riduzione e l'eliminazione del tumore.

In sintesi, si tratta di indurre contemporaneamente l'autofagia a monte, spingendo la cellula a formare vescicole autofagiche di auto degradazione, bloccandone però il completamento a valle, quando ormai la cellula raggiunge un punto di non ritorno che non le consente più di recuperare e quindi sopravvivere, rendendo così inevitabile la sua morte come evento conclusivo.

Nello studio abbiamo inoltre individuato una nuova molecola farmacologicamente attiva, l'isopenteniladenosina, in grado appunto di modulare tale processo ed avere un'attività antitumorale specifica nel melanoma.

Si tratta ovviamente di uno studio preclinico condotto in laboratorio, ed ulteriori ricerche saranno necessarie per consentire lo sviluppo di questa molecola o di altre molecole simili con lo stesso meccanismo d'azione, come farmaci innovativi da utilizzare da soli o in combinazione con altri chemioterapici già in uso per il melanoma o con l'immunoterapia, nuova frontiera nel trattamento di questo tumore.

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lunedì 18 marzo 2019

IL NOSTRO CORPO NEUTRALIZZA I TUMORI CHE NON SAPPIAMO DI AVERE


Luigi De Marchi, psicologo clinico e sociale, autore di numerosi saggi conosciuti a livello internazionale, parlando con un amico anatomo-patologo del Veneto sui dubbi dell’utilità delle diagnosi e delle terapie anti-tumorali, si sentì rispondere:
“Si, anch’io ho molti dubbi. Sapessi quante volte, nelle autopsie sui cadaveri di vecchi contadini delle nostre valli più sperdute ho trovato tumori regrediti e neutralizzati naturalmente dall’organismo: era tutta gente che era guarita da sola del suo tumore ed era poi morta per altre cause, del tutto indipendenti dalla patologia tumorale”.
“Se la tanto conclamata diffusione delle patologie cancerose negli ultimi decenni – si chiese Luigi De Marchi – in tutto l’Occidente avanzato fosse solo un’illusione ottica, prodotta dalla diffusione delle diagnosi precoci di tumori che un tempo passavano inosservati e regredivano naturalmente?

E se il tanto conclamato incremento della mortalità da cancro fosse solo il risultato sia dell’angoscia di morte prodotta dalle diagnosi precoci e dal clima terrorizzante degli ospedali, sia della debilitazione e intossicazione del paziente prodotte dalle terapie invasive, traumatizzanti e tossiche della medicina ufficiale?

Insomma, se fosse il risultato del blocco che l’angoscia della diagnosi e i danni delle terapie impongono ai processi naturali di regressione e guarigione dei tumori?”.
Con quanto detto da Luigi de Marchi – confermato anche da autopsie eseguite in Svizzera su cadaveri di persone morte non per malattia – si arriva alla sconvolgente conclusione che moltissime persone hanno (o avevano) uno o più tumori, ma non sanno (o sapevano) di averli.

In questa specifica indagine autoptica (autopsie) fatta in Svizzera, ed eseguita su migliaia di persone morte in incidenti stradali (quindi non per malattia), è risultato qualcosa di sconvolgente: il 38% delle donne (tra i 40 e 50 anni) presentavano un tumore (in situ) al seno; il 48% degli uomini sopra i 50 anni presentavano un tumore (in situ) alla prostata; il 100% delle donne e uomini sopra i 50 anni presentavano un tumore (in situ) alla tiroide.
Con tumore “in situ” s’intende un tumore “chiuso”, chiuso nella sua capsula, non invasivo, che può rimanere in questo stadio per molto tempo ed anche regredire. Nel corso della vita è infatti “normale” sviluppare tumori, e non a caso la stessa medicina sa bene che sono migliaia le cellule tumorali prodotte ogni giorno dall’organismo. Queste, poi, vengono distrutte e/o fagocitate dal sistema immunitario, se l’organismo funziona correttamente.
Molti tumori regrediscono o rimangono incistati per lungo tempo quando la Vis Medicratix Naturae (la forza risanatrice che ogni essere vivente possiede) è libera di agire. Secondo la medicina omeopatica, “la Legge di Guarigione” descrive il modo con cui tale forza vitale di ogni organismo reagisce alla malattia e ripristina la salute”.

Cosa succede alla Legge di Guarigione, al meccanismo vitale di autoguarigione, se dopo una diagnosi di cancro la vita viene letteralmente sconvolta dalla notizia del male? E cosa succede all’organismo (e al sistema immunitario) quando viene fortemente debilitato dai farmaci?


Poco nota al grande pubblico è la vasta ricerca condotta per 23 anni dal professor Hardin B. Jones, fisiologo dell’Università della California e presentata nel 1975 al Congresso di cancerologia presso l’Università di Berkeley. Oltre a denunciare l’uso di statistiche falsate, egli prova che i malati di tumore che non si sottopongono alle tre terapie canoniche (chemio, radio e chirurgia) sopravvivono più a lungo, o almeno quanto coloro che ricevono queste terapie.

Il professor Jones dimostra che le donne malate di cancro alla mammella che hanno rifiutato le terapie convenzionali mostrano una sopravvivenza media di 12 anni e mezzo, quattro volte superiore a quella di 3 anni raggiunta da coloro che si sono invece sottoposte alle cure complete.
Un’altra ricerca pubblicata su “The Lancet” del 13 Dicembre 1975 (che riguarda 188 pazienti affetti da carcinoma inoperabile ai bronchi), dimostra che la vita media di quelli trattati con chemioterapia è stata di 75 giorni, mentre quelli che non ricevettero alcun trattamento ebbero una sopravvivenza media di 120 giorni.

Se queste ricerche sono veritiere, una persona malata di tumore ha statisticamente una percentuale maggiore di sopravvivenza se non segue i protocolli terapeutici ufficiali.

Con questo non si vuole assolutamente spingere le persone a non farsi gli esami, gli screening ed i trattamenti oncologici ufficiali, ma si vogliono fornire, semplicemente, delle informazioni che di norma vengono oscurate, censurate, e che possono – proprio per questo – aiutare la scelta terapeutica di una persona. Ma ricordo che la scelta è sempre e solo individuale: ogni persona, sana o malata che sia, deve assumersi la propria responsabilità, deve prendere in mano la propria vita.

Dobbiamo smetterla di delegare il medico, lo specialista, il mago, il santone che sia, per questo o quel problema. Dobbiamo essere gli unici artefici della nostra salute e nessun altro deve poter decidere al posto nostro.  Possiamo accettare dei consigli, quelli sì, ma niente più.