martedì 25 novembre 2014

LA TEORIA DEGLI ANTICHI UMANI

Secondo uno studio recente, tra i 12 mila e i 13 mila anni fa, un gigantesco meteorite colpì la Terra causando lo spostamento dell’asse terrestre di ben 2000 Km. Ne conseguì un vero e proprio cataclisma che sconvolse l’intero pianeta: violenti terremoti e terribili eruzioni vulcaniche cui fecero seguito piogge torrenziali e l’innalzamento del livello dei mari.

Tale evento catastrofico, avvenuto circa 13 mila anni fa è stato documentato ormai con certezza dalla scienza: in Antartide sono state scoperte intere foreste fossili di betulle, faggi e altri alberi che vivono in zone temperate, cosa che confermerebbe lo spostamento dell’asse di rotazione terrestre.

Questa catastrofe terrestre è ancora oggi ricordata da molte popolazioni, da ben 70 leggende tramandate di generazione in generazione. In esse viene anche ricordata la scomparsa, a causa di questo cataclisma, di un continente chiamato Atlantide, abitato da una civiltà evoluta.

Di Atlantide, situata tra l’Africa e le Americhe, parla con dovizia di particolari anche Platone nei dialoghi Crizia e Timeo. Alcuni ricercatori sostengono che i pochi superstiti di quella civiltà perduta siano riusciti a raggiungere con altri le rimanenti terre emerse ed a tentare di ricreare dal nulla nuovi insediamenti, valorizzando le esperienze vissute.

La simultaneità dell’avvento dell’agricoltura sul pianeta proverebbe questa teoria. Inoltre, testimoniano a favore di queste univoche realtà tramandate da millenni, anche alcuni reperti, strutture e manufatti in cui si possono trovare somiglianze di stili, di metodi lavorativi, di monumenti e tradizioni, in molti siti disseminati su tutto il globo.

Alcune leggende, ricordano, anche sotto nomi diversi, la figura di Noè con la sua arca, come salvatore dell’umanità, interrogativi che non hanno avuto ancora una risposta, manufatti che risalgono alla preistoria o monumenti che non ci hanno ancora svelato le loro tecniche di costruzione.


Chi insegnò ai peruviani a costruire mura gigantesche come quelle di Cuzco, Machu Picchu o Sacsayhuamàm, se non disponevano di attrezzi di metallo? Con quali mezzi trasportarono, innalzarono e fecero combaciare alla perfezione questi massi mastodontici?



A Tiahuanaco in Bolivia, nei pressi del Lago Titicaca, a 3.850 metri di altezza, si trovano i resti di un’antica civiltà. La porta del Sole della città, scolpita da un unico grande blocco di roccia pesante 18 tonnellate, è uno dei monumenti più importanti delle civiltà precolombiane.

Non meno importante della porta del Sole è il Grande Idolo, un blocco di arenaria rossa alto 8 metri, che come altri colossi ricoperti di simboli, rivela una buona conoscenza astronomica della sfericità della Terra. A Tiahuanaco è stato trovato un calendario con le posizioni della Luna di ogni giorno, tenendo conto della posizione della Terra, come hanno potuto gli abitanti di questa città raggiungere una così ampia conoscenza scientifica?

Ovunque si volga lo sguardo sui grandi monumenti del passato, non troviamo una risposta adeguata su come fu possibile realizzare opere che hanno sfidato il tempo per millenni. In tutto il mondo, dal Messico alla Colombia, dal Perù al Cile, dall’Africa al Nord Europa, si ergono opere maestose. Non sappiamo spiegare come siano state fatte, sia per la loro mole, sia per la complessità delle strutture. Molte di quelle colossali costruzioni, distanti fra loro anche migliaia di chilometri, hanno tra loro una certa attinenza strutturale, ideologica e scientifica.

Lo scrittore Peter Kolosimo, fece una sorprendente comparazione tra la Piramide del Sole messicana e la Grande Piramide di Cheope egizia: la base del monumento messicano ha le stesse misure di quelle di Cheope, 225 metri per 220 e l’altezza di 73 metri, corrisponde alla metà di quest’ultima. Tutto ciò, alimenta l’idea di strette relazioni tra la civiltà
americana e quella egizia, concedendo la possibilità di ipotizzare che entrambi le culture discendano da una cultura superiore precedente.
Presso i romani e i greci, che erano considerevolmente più vicini agli antichi egizi di quanto siamo noi, era normale credere che i faraoni e i loro sacerdoti fossero custodi di precisi documenti riguardanti eventi profondamente significativi avvenuti molto, molto tempo fa.

In realtà, questi documenti furono effettivamente visti e studiati, nella sacra città di Eliopoli, da insigni visitatori quali Erodoto (nel V° secolo a.C.), dal legislatore greco Solone (640-560 a.C.) e dal suo seguace Pitagora (VI° secolo a.C.). 
Dai loro resoconti ebbe origine l’opinione che i greci si fecero dell’Egitto, come riferisce Platone:
Noi greci, in realtà siamo bambini in confronto a questo popolo che ha tradizioni dieci volte più antiche delle nostre. E mentre nulla delle preziose rimembranze del passato sopravviverebbe a lungo nel nostro paese, l’Egitto ha registrato e conservato per sempre la saggezza dei tempi antichi”

Nei documenti egizi si parla dello Zep Tepi, un mitico “Primo Tempo” degli déi, un’epoca remota a cui gli antichi egizi associavano le origini della propria civiltà. 

Le iscrizioni sul Tempio di Edfu contengono una serie di straordinari riferimenti al “Primo Tempo”, soprattutto ai cosiddetti “Libri della Fondazione”, nei quali si parla dei misteriosi “Seguaci di Horus” descritti come esseri a volte dall’aspetto divino, a volte umano, identificati come coloro che detengono e preservano la conoscenza nel corso delle varie epoche, come una confraternita elitaria dedita alla trasmissione della sapienza e alla ricerca della resurrezione e della rinascita.

Secondo i testi di Edfu, gli dèi provenivano originariamente da un’isola, la “Terra Nativa degli Esseri primordiali”. Nei testi, si fa chiaro riferimento riguardo al fatto che il cataclisma che distrusse quest’isola fu un’inondazione.         

Ci dicono che fu di breve durata e che la maggior parte dei suoi “divini abitanti” fu sommersa. Arrivando in Egitto, i pochi che sopravvissero divennero poi “gli Dèi Costruttori che edificarono nel tempo primordiale, che gettarono i semi per gli dèi e per gli uomini, i Grandi Vecchi che esistevano fin dal principio, che illuminarono questa terra quando vi giunsero insieme”.

Si ritiene che questi esseri straordinari non fossero immortali. Al contrario, compiuta la loro opera morirono e i loro figli ne presero il posto, e riti funebri si svolsero in loro onore. In questo modo, la tradizione dello Zep Tepi poteva rinnovarsi costantemente, trasmettendo alle generazioni future la sapienza proveniente da un’epoca precedentemente della terra.

Tra gli studiosi moderni vige la convinzione che i miti non abbiano valore di prove storiche, convinzione particolarmente diffusa tra gli egittologi. Eppure, in archeologia ci sono molti casi ben noti in cui i miti accantonati come non storici si rivelarono in seguito estremamente precisi.

Un esempio riguarda la celebre città di Troia dell’Iliade di Omero. Fino a non molto tempo fa la maggior parte degli studiosi era convinta che Troia fosse una “città mitica”, ossia interamente inventata dalla fertile immaginazione di Omero. Nel 1871, invece, l’avventuriero ed esploratore tedesco Heinrich Schliemann dimostrò che l’opinione ortodossa era sbagliata quando, seguendo gli indizi geografici contenuti nell’Iliade, scoprì Troia nella Turchia occidentale vicino ai Dardanelli.

Schliemann e altri due ricercatori, lo studioso greco Kalokairinos e l’archeologo britannico Sir Arthur Evans, continuarono le proprie indagini esaminando a fondo miti concernenti la grande civiltà minoica che si diceva fosse esistita sull’isola di Creta. Anche questi miti furono accantonati come non storici dall’opinione ortodossa, ma furono rivalutati quando Schliemann e la sua squadra portarono alla luce una cultura estremamente progredita ora identificata con certezza come quella “minoica”.

Analogamente, nel subcontinente indiano, la grande mole di antiche scritture sanscrite conosciute come Rig Veda contiene ripetuti riferimenti a una civiltà elevata che viveva in città fortificate e aveva preceduto le invasioni ariane più di 4 mila anni fa. Anche in questo caso le fonti furono universalmente bollate come “mitiche”, finché, nel XX secolo, le rovine di grandi città della Valle dell’Indo come Harappa e Moenjodaro incominciarono a essere dissotterrate e si dimostrò che risalivano al 2500 a.C.


In breve, i documenti mostrano che intere città e civiltà che un tempo erano classificate come mitiche, spesso hanno l’abitudine di materializzarsi improvvisamente dalle nebbie dell’oscurità per diventare realtà storiche. Può essere la stessa cosa sia accaduta anche per Atlantide?

1 commento:

Anonimo ha detto...

A mio avviso lo zep tepi va associato al diluvio di Noè, quando il figlio kam, Ham, Amon Ra, ovvero Utu il sole, figlio di Noè, genera il primogenito Kush (Etiopia),il re sumero Meskiaggasher padre di nimrud, Enmenkar, che fonda uruk e la prima dinastia,si immerge in mare dando vita alla prima Civiltà Egizia. Con l'arrivo del secondo figlio mizram (Egitto)nel delta si divide l'Egitto in alto e basso Egitto. Mizram, da cui Ra mes ovvero Ra salvato dalle acque, che significa fortezza a tumulo, ovvero la grande piramide dentro cui è stato custodito lo Dged o torre di Osiride. Kush figlio di Utu, il sole, ovvero Amon Ra figlio di Noè